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DICEMBRE 2016

NEWS LETTER DIRITTO BANCARIO a cura di LUCA PACINI

RITORNA L’ANATOCISMO BANCARIO E LA TRAPPOLA SUI MUTUI CASA COME DIFENDERSI

Con la Legge di Stabilità si è introdotta, nel corpo del Testo Unico Bancario, la Riforma dell’anatocismo bancario : dal 1 gennaio 2014 è cessata la legittimità della tradizionale prassi bancaria di capitalizzazione trimestrale dei conti passivi.

Si sta consolidando un fronte giurisprudenziale univoco in tutti i Tribunali d’Italia, in particolar modo nel Tribunale di Milano che annovera decine di sentenze dal 25 marzo 2015 al 4 ottobre 2016.

Anche il Collegio di Coordinamento dell’ABF ( la “Cassazione ” di Banca D’Italia) ha approvato questa linea, rilevando che ” la stessa Banca D’Italia per scontata l’avvenuta entrata in vigore del divieto di anatocismo e riconosce che la delega al Cicr riguarda solo la periodicità di contabilizzazione degli interessi e il termine per la loro esigibilita’ “.

 

TUTTO PERFETTO, QUINDI? NO, MICA TANTO

 La reintroduzione dell’anatocismo è avvenuta tramite la delibera del Cicr (Comitato Interministeriale Credito eRisparmio) del 3 Agosto 2016, intitolata ” Modalità e criteri per la produzione degli interessi nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria ” (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 10 Settembre 2016).

 La Delibera attua le nuove norme sull’anatocismo previste dal secondo comma dell’art. 120 del Testo Unico Bancario (TUB) , come riformato dall’art. 17-bis del DL 14 febbraio 2016, e ripristina l’anatocismo su base annua, offrendo al debitore la scelta tra autorizzare l’addebito degli interessi sul conto corrente al momento in cui questi divengono esigibili, dando attuazione alla loro capitalizzazione, oppure estinguerli entro 60 giorni ( 1 marzo) dal momento in cui diventano esigibili con l’afflusso di nuovi capitali cash.

 

COME COMPORTARSI IN CONCRETO?

In questi giorni gli Istituti di credito stanno inviando ai correntisti lettere con cui invitano il cliente a sottoscrivere un’autorizzazione preventiva da inviare entro il 1 marzo 2017 che le autorizza ad addebitare gli interessi, altri costi sul conto ordinario, diversamente paventandogli, se il cliente non lo facesse, interessi di mora.

 

I correntisti devono quindi scegliere se autorizzare l’addebito degli interessi passivi maturati al 31 dicembre di ogni anno, che così diventano capitale e producono altri interessi, oppure se estinguerli cash. Ad esempio, se un conto affidato matura per ipotesi 1.000 euro di interessi conteggiati al 31 dicembre di ogni anno, diventando esigibili entro il 1 marzo dell’anno successivo, o vanno estinti – quindi pagati con denaro cash del correntista – oppure si aggiungono alla sorte capitale del fido, mettiamo per ipotesi 20.000 euro, che ricapitalizzano per l’anno successivo 21.000 euro di nuovi interessi.

 

IL nostro consiglio è che il cliente non dovrebbe invece preventivamente autorizzare alcunchè, altrimenti, se lo facesse, la banca capitalizzerebbe in automatico le competenze sul conto ordinario, compiendo ancora anatocismo. Il cliente dovrebbe invece prelevare il 1 marzo di ogni anno l’importo corrispondente ( nel nostro esempio 1.000 euro) dal conto ordinario e depositarlo sul conto interessi per pagare le competenze di 1.000 euro in esso addebitate.

SOLO IN QUESTO MODO NON SI SUBIREBBE PIù ANATOCISMO.

LA TRAPPOLA SUI MUTUI CASA.

Si chiama clausola floor (pavimento) e definisce il tasso sotto il quale un prestito indicizzato non puÚ scendere,indipendentemente dal valore del parametro di riferimento.

Fino all’inizio del 2015 quasi nessuna banca l’aveva prevista nei suoi contratti di mutuo perchÈ l’ipotesi che il denaro potesse avere un costo negativo era considerata fantascientifica.

E invece è successo : l’Euribor a 1 mese è sotto lo zero per le rate che sono partite da Aprile 2015, quello a 3 mesi da Agosto dello stesso anno. Questo significa che senza la clausola floor le banche devono dedurre il valore dell’Euribor dallo Spread, ma non tutte lo hanno fatto, scegliendo invece di calcolare l’Euribor come se fosse pari a zero, spesso accampando come motivazione che i sistemi informatici in automatico correggevano il valore dell’Euribor.

 

COME COMPORTARSI?

Per la stragrande maggioranza dei mutui, in cui il contratto non prevedeva un limite di discesa al tasso, con un reclamo si può ottenere dalla Banca la restituzione di quanto dovuto.

Per restituire le somme la banca ha due strade : la prima è riaccreditare quanto non dovuto, e qui non ci sono questioni.I problemi nascono quando la Banca sceglie di calcolare le somme come anticipata estinzione parziale, il ricalcolo del piano di ammortamento è “velenoso” perchè spesso cambiano le condizioni contrattuali e si creano i presupposti per ricorsi all’Arbitro bancario Finanziario.

Cancellazione Centrale Rischi: come si procede e quando se ne ha diritto, a cura di LUCA PACINI rating advisor

Guida pratica per ottenere l’eliminazione dal registro dei cattivi pagatori

Cosa sono il SIC ed il CRIF? Il CRIF (centrale di rischio finanziario) è il principale gestore del sistema di informazioni creditizie e consiste, essenzialmente, in un archivio all’interno del quale vengono conservati i dati relativi ai finanziamenti che vengono richiesti dai privati o dalle imprese. Il SIC (Sistema di informazioni creditizie) è uno strumento che consente alle banche e alle società finanziarie di poter accedere alla posizione dei privati, valutarne l’affidabilità in base ai pregressi finanziamenti e dunque eseguire una stima reale e prospettica del loro grado si solvibilità.

Tra i sistemi di informazione creditizia, contrariamente a quanto ritenuto dai più, non è possibile reperire solo informazioni dei cattivi pagatori ma finanche la posizione di coloro che hanno assunto, e assolvono con regolarità, una serie di obbligazioni.

L’iscrizione al CRIF

La registrazione al CRIF avviene con modalità differenti a seconda che il soggetto che viene iscritto sia un consumatore o un’impresa. Se si tratta di un consumatore questi viene inserito nel sistema di informazioni creditizio laddove, presa visione dell’apposita informativa, presti il suo consenso all’iscrizione oppure se il finanziamento presenti delle irregolarità nei rimborsi, anche in assenza di consenso. Se invece il soggetto è un’impresa l’iscrizione avviene a seguito della presa visione e manifestazione del consenso al trattamento dei dati.

Non esiste un obbligo di manifestare il proprio consenso alla registrazione presso il Sistema di informazioni creditizie, ben potendo il consumatore negare il suo consenso all’iscrizione.

Va tuttavia precisato che a fronte di tale diniego può corrispondere il rifiuto dell’istituto di concedere il finanziamento. 

Si precisa comunque che con l’entrata in vigore del Decreto legislativo n.141 del 2010, (“Attuazione della direttiva 2008/48/CE relativa ai contratti di credito ai consumatori, nonché’ modifiche del titolo VI del testo unico bancario (decreto legislativo n. 385 del 1993) in merito alla disciplina dei soggetti operanti nel settore finanziario, degli agenti in attività finanziaria e dei mediatori creditizi”), è imposto agli istituti di credito di valutare il merito della richiesta prima di concedere il finanziamento.

Tuttavia laddove vi siano informazioni negative come ritardi nei pagamenti o irregolarità nell’assolvimento di un’obbligazione scaturente da finanziamento, si viene segnalati di diritto anche in assenza della manifestazione del consenso.

 

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Cancellazione dal CRIF

“Sono stato registrato come cattivo pagatore al CRIF, posso ottenerne la cancellazione? E come?”. A questa domanda esiste ovviamente una risposta incoraggiante, tesa soprattutto a dimostrare che il centro di informazioni creditizie può eliminare i dati in suo possesso e relativi ad un determinato consumatore laddove ricorrano determinate condizioni.

I dati relativi a prestiti e finanziamenti presenti nel sistema di informazioni creditizie di CRIF sono cancellati dal centro automaticamente, anche in assenza di specifiche istanze da parte del consumatore. I tempi di cancellazione sono stabiliti dal Codice Deontologico e cambiano in base al tipo di dato. Qui, seppur sinteticamente, si riportano i tempi di cancellazione in relazione alla motivazione dell’iscrizione nel registro.

Se il finanziamento è in corso di istruttoria si viene cancellati decorsi sei mesi dalla data di iscrizione, ovviamente anche in assenza di specifica istanza. Se la richiesta di finanziamento è rifiutata la cancellazione avviene dopo un mese mentre se i finanziamenti vengono rimborsati regolarmente la cancellazione avviene decorsi 36 mesi dalla data di estinzione effettiva del rapporto di credito.

Nell’ipotesi in cui vi siano ritardi relativi ad una o due rate/mensilità, la cancellazione è disposta d’ufficio al termine di 12 mesi decorrenti dalla comunicazione di regolarizzazione, a condizione che nei 12 mesi i pagamenti siano stati eseguiti sempre e con puntualità.

Quando il consumatore è in ritardo di tre o più mensilità, per poter essere cancellati dal CRIF è necessario che siano passati 24 mesi dalla comunicazione di regolarizzazione, anche qui sempre a condizione che i pagamenti siano stati sempre eseguiti con puntualità. Da ultimo, se un finanziamento non viene rimborsato, la cancellazione avviene dopo 36 mesi dalla data di estinzione prevista o dalla data in cui l’istituto di credito ha fornito l’ultimo aggiornamento.

 

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La posizione della giurisprudenza

Giunti a questo punto dell’indagine di particolare interesse può rivelarsi la disamina della posizione della giurisprudenza sul tema della cancellazione dei consumatori (o delle imprese) dal CRIF. Trattandosi di una procedura, quella dell’iscrizione, di ampia diffusione ed oggi legislativamente tipizzata (si pensi alle novità introdotte dal D.Lgs. 141/2010 a cui sopra si è fatto riferimento) è più che mai ovvio che gli uffici giudiziari siano stati investiti di dispute che abbiano ad oggetto la materia de qua.

In particolare i giudici di Piazza Cavour hanno ritenuto che “In punto di diritto si osserva che l’annotazione del nominativo presso le banche dati private rientra nell’ambito di applicazione del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 11, in forza del quale il trattamento dei dati personali deve essere effettuato con diligenza – dovendo, in particolare, i dati essere “trattati in modo lecito e secondo correttezza” (lett. a) – e deve, altresì, rispondere a requisiti di esattezza e di aggiornamento” (Cassazione civile, sez. III, 13/05/2014, (ud. 18/02/2014, dep.13/05/2014), n. 10325).

Con riferimento alla necessaria tutela della privacy, argomenta la Suprema Corte nella citata pronuncia che il criterio che deve orientare la tenuta dei predetti registri è quello della gestione delle attività pericolose, posto che “Contrariamente a quanto dedotto da parte ricorrente, il parametro di valutazione della responsabilità non è quello dell’ordinaria diligenza, bensì quello previsto per “le attività pericolose”, richiamato dal D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 15, (Codice della privacy)“.

L’art. 15 del codice della privacy dispone infatti che “Chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali e’ tenuto al risarcimento ai sensi dell’articolo 2050 del codice civile. Il danno non patrimoniale e’ risarcibile anche in caso di violazione dell’articolo 11“. Ancor più di recente la Corte di Cassazione si è espressa nel precludere la registrazione presso le banche dati dei pagatori laddove la medesima venga operata con superficialità o sul presupposto di un mero ritardo nel pagamento.

Si legge nella sentenza cui si fa riferimento che “A ciò si aggiunga che, come innanzi rilevato, in forza delle richiamate istruzioni «l’appostazione a sofferenza implica una valutazione da parte dell’intermediario della complessiva situazione finanziaria del cliente e non può scaturire automaticamente da un mero ritardo di quest’ultimo nel pagamento del debito».

Sì che ciò che rileva è la situazione “oggettiva” di incapacità finanziaria («incapacità non transitoria di adempiere alle obbligazioni assunte») mentre nessun rilievo assume la manifestazione di volontà di non adempimento se giustificata da una seria contestazione sull’esistenza del titolo del credito vantato dalla banca” (Cassazione – Sezione prima – sentenza 5 marzo – 1 aprile 2009, n. 7958 Presidente Vitrone – Relatore Didone).

Dalle parole della Corte si evince che non può ritenersi satisfattivo ai fini dell’iscrizione un semplice inadempimento del debitore ma occorre che quest’ultimo verta in una “grave e non transitoria difficoltà economica“. Segnalazioni che divergano, quanto a modalità operative e sistematiche da quelle enunciate comportano una grave responsabilità degli Istituti di credito per violazione del codice della privacy, con conseguente diritto al risarcimento del danno ex art. 2050 del Codice Civile (Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’ attività pericolosa , per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno).

 

Conclusioni

L’iscrizione presso la centrale di rischio finanziario è funzionale a garantire l’assolvimento di determinati obblighi ma deve essere operata con prudenza e diligenza. Sebbene la legge imponga che determinati dati vadano raccolti al fine di valutare il grado di solvibilità del consumatore non può disconoscersi come detto obbligo debba essere contemperato con le esigenze di tutela della privacy, in species del disposto dell’art. 15 (vedi sopra) del d.lgs. 196/2003 la cui violazione può comportare il sorgere di un diritto al risarcimento ex art. 2050 c.c.

 

Anatocismo e usura bancaria a cura di LUCA PACINI

CARI LETTORI, Il termine anatocismo (dal greco anà – di nuovo, e tokòs – interesse) significa la capitalizzazione degli interessi su un capitale, ossia il calcolo degli interessi sugli interessi.

Un esempio di anatocismo è quello di capitalizzare cioè sommare ulteriormente al capitale prestato gli interessi ad ogni scadenza di pagamento, anche se sono regolarmente pagati nella precedente capitalizzazione. Un po’ come quando si paga l’iva su un bene già comprensivo di imposte, tasse etc (vedi le bollette).

E L’USURA BANCARIA? anatocismo e usura bancaria

Usura bancaria o usuraio è quando un tasso d’interesse è più alto del cosiddetto “tasso soglia” quello che la Banca d’Italia stabilisce, trimestralmente, come valore del tasso massimo d’interesse, denominato “tasso soglia”, che le banche possono applicare ai loro clienti, quando gli stessi richiedano un mutuo, un prestito, un fido in conto corrente, un leasing.

Quando avviene il superamento del tasso soglia stabilito dalla Banca d’Italia, si verifica un caso di usura bancaria; in questa circostanza, i clienti che l’hanno subita possono richiedere la restituzione delle somme indebitamente pagate, come recita l’art. 1815.c.c. e l’annullamento anche degli interessi futuri.

COME FACCIO A  CAPIRE SE ESISTE  ANATOCISMO O USURA BANCARIA?

Per accertare la presenza di anatocismo o usura bancaria nel proprio conto corrente bancario occorre acquisire gli estratti conto scalari trimestrali,aelaborare una preanalisi degli scalari e far certificare l’esito della preanalisi da un ente o studio accreditato.anatocismo e usura

Per le controversie in materia bancaria è prevista la Mediazione civile ed è condizione obbligatoria prima dell’eventuale ricorso giudiziario: ciò significa che è possibile rivolgersi al giudice ordinario solo dopo aver tentato la via della mediazione.

ANATOCISMO E USURA BANCARIA: LA MEDIAZIONE CIVILE COME RIMEDIO

I costi di un procedimento di mediazione sono solo una frazione di quelli di una causa, e i tempi sono stabiliti per legge in un massimo di tre mesi contro gli anni di un giudizio ordinario.

Gran parte del contenzioso civile in materia di contratti bancari e finanziari è relativo agli interessi passivi computati per gli affidamenti, i finanziamenti e i mutui. Se l’applicazione di tassi d’interesse illeciti è suffragata da una perizia ben fatta, ottenerne il rimborso è senz’altro possibile tramite la Mediazione civile.

Anatocismo e usura bancaria su carte “revolving”: anatocismo e usura bancaria

l’uso sempre più frequente di questa forma di finanziamento, dovuta anche alla facilità con la quale si può accedere al prestito, ha portato ad un aumento esponenziale dell’offerta da parte di istituti di credito e finanziarie; si tratta, però, di prodotti con tassi d’interesse passivo molto elevati, nei quali molte volte si sono riscontrati casi di anatocismo e usura bancaria.
Anatocismo e usura bancaria su swap e derivati: anatocismo e usura bancaria

swap e derivati sono strumenti finanziari il cui valore è collegato al valore di uno o più parametri finanziari sottostanti (detti underlying). I più comuni prodotti derivati sono:

  • swap di interessi (Interest Rate Swap, IRS
  • swap di valute (Currency Swap, CS
  • swap di commodities: Un esempio comune sono gli swap sul prezzo del petrolio (Oil swaps);
  • swap di protezione dal fallimento di un’azienda (Credit Default Swap, CDS),
  • hedging: riduzione (fino all’annullamento) di una potenziale perdita (rischio finanziario);
  • trading: profitto sulla variazione di prezzo (nel tempo), assumendo un rischio finanziario.
    Tutti i flussi si eseguono in un unico mercato;
  • arbitraggio: profitto sulla differenza di prezzo fra due mercati (in un dato tempo).
    Si acquista in un mercato, e si vende il derivato o il sottostante in un altro.

Nel documento descrittivo dell’operazione l’ente emittente (spesso la banca) indica i casi in cui la banca paga il cliente in virtù del contratto derivato.

Quando si dice che il derivato è “disequilibrato”? anatocismo e usura bancaria

Quando la condizione in cui la banca deve pagare il cliente:

  • non esiste;anatocismo e usura bancaria
  • esiste ma in casi difficilmente verificabili;anatocismo e usura bancaria
  • il derivato in concreto addirittura non protegge dall’oscillazione.

In queste ipotesi si dice che il contratto non è equilibrato ed è in forte sfavore del cliente.

RIMEDI ALL’ANATOCISMO E ALL’USURA BANCARIA SU CONTI CORRENTI E MUTUI

La sentenza della corte di Cassazione del 20 febbraio 2003 n. 2593 è molto chiara a riguardo: “Occorre, in primo luogo, rilevare che in ipotesi di mutuo per il quale sia previsto un piano di restituzione differito nel tempo, mediante il pagamento di rate costanti comprensive di parte del capitale e degli interessi, questi ultimi conservano la loro natura e non si trasformano invece in capitale da restituire al mutuante, cosicché la convenzione, contestuale alla stipulazione del mutuo, la quale stabilisca che sulle rate scadute decorrono gli interessi sulla intera somma integra un fenomeno anatocistico, vietato dall’art. 1283 c.c.”. In generale tuttavia gli istituti di credito applicano gli interessi di mora su tutta la quota di debito (capitale e interessi), di fatto ignorando la legislazione vigente.

La Sentenza n° 24418 del 02 Dicembre 2010 emessa dalla Suprema Corte di Cassazione riunitasi a Sezioni Unite, ha affermato che l’azione di ripetizione, proposta dal cliente di una banca, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, è soggetta a prescrizione decennale decorrente, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. Dichiarata la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale, contemplata nel contratto di conto corrente bancario, per contrasto con il divieto di anatocismo stabilito dall’art. 1283 c.c., gli interessi a debito del correntista devono essere calcolati senza operare capitalizzazione alcuna.

L’anatocismo era considerato, fino a poco tempo fa, del tutto lecito, nonostante l’art. 1283 del codice civile preveda dei limiti ben precisi per la sua applicazione: “In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi”.

In sostanza, l’inserimento di una clausola che preveda l’anatocismo in un rapporto di conto corrente bancario può essere considerata lecita solamente se l’anatocismo sia considerato, da sempre, come una usanza pacificamente accettata sia dai clienti che dalle banche (cosiddetto uso normativo).

Di recente la Cassazione, cambiando orientamento, con le sentenze 16/03/1999 n. 2374, 30/03/1999 n. 3096 e 11/11/1999 n. 12507, invece ha stabilito che l’anatocismo non è un uso accettato e considerato come lecito dai clienti che lo ritengono invece come una vessazione delle banche, un male minore da subire per poter aprire un conto corrente.

In altre parole significa che oggi gli interessi sugli interessi, comunemente applicati da tutte le banche nei contratti di conto corrente passivi, sono da considerare del tutto illeciti e quindi debbono essere integralmente restituiti ai correntisti dall’inizio del rapporto di conto corrente.

Sono ormai numerosi i provvedimenti di tutti i Tribunali d’Italia che, sulla scia delle sentenze della Cassazione – che sino ad oggi ha sempre confermato il rivoluzionario indirizzo antibancario – hanno imposto la restituzione degli interessi anatocistici ai correntisti.

USURA BANCARIA E LEGISLAZIONE: LA GIURISPRUDENZA MUOVE IMPORTANTI PASSI IN FAVORE DEI CONSUMATORI

Le motivazioni di una prima sentenza, emessa nel dicembre 2011 dalla Corte di Cassazione in merito all’usura bancaria, hanno aperto alle aziende a ai privati cittadini la strada del risarcimento civile.

La sentenza, nonostante l’assoluzione di tre banchieri, ha comunque configurato la possibilità di ottenere il risarcimento per la scorretta applicazione della commissione di massimo scoperto, quando la stessa va a generare tassi usurari.

Come si legge nella motivazione della sentenza, “Le circolari e le istruzioni della Banca d’Italia non rappresentano una fonte di diritti ed obblighi e nella ipotesi in cui gli istituti bancari si conformino ad una erronea interpretazione fornita dalla Banca d’Italia in una circolare, non può essere esclusa la sussistenza del reato di usura sotto il profilo dell’elemento oggettivo”.

La stessa corte, nell’esaminare le nuove norme di regolamentazione del mercato creditizio, che hanno elevato il T.E.G. (Tasso Effettivo Globale) di credito, ha stabilito che banche e finanziarie non possono avvalersi di tali normative in caso di denuncia da parte di imprese o privati che accusino l’applicazione di interessi usurari.

Sempre la Suprema Corte di Cassazione, in una storica sentenza del 2013, ha ribadito la conseguenza di comportamenti scorretti tenuti da istituti di credito e finanziarie: “se sono convenuti interessi usurari la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.

Come conseguenza diretta di questa sentenza, in molti contratti di mutuo nei quali erano stati applicati tassi di mora molto elevati, applicazione che dava luogo a casi acclarati di usura bancaria, l’accertamento –seguito all’opposizione al decreto ingiuntivo– dell’esistenza di questa pratica illecita ha portato l’autorità giudiziaria a concedere provvedimenti di sospensiva dell’atto di pignoramento degli immobili.

Inoltre, qualora venissero riscontrate anomalie finanziarie nei contratti da parte degli ispettori della Banca d’Italia , Banche e finanziarie possono venire sanzionate economicamente anche per importi significativi, soprattutto a seguito dell’accertamento di applicazione di tassi di interesse inquadrabili nell’usura bancaria.

NORMATIVA: anatocismo e usura bancaria

Art. 1283 c.c.: Anatocismo – In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi (att. 162).

Non consta, infatti, che le Banche agiscano sulla scorta di un uso normativo consolidato sin dalla data di entrata in vigore del codice civile, unica condizione in base alla quale la clausola anatocistica possa considerarsi valida.

Le Banche, del resto, non possono invocare in loro favore alcun “uso” formatosi e consolidatosi dopo l’entrata in vigore del codice civile, posto che nel nostro ordinamento, i c.d. usi “contra legem” non sono tollerati, come si desume agevolmente – ed a tacer d’altro – dall’art. 1 delle preleggi sulle fonti del diritto e la loro gerarchia.

 

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